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, deve essere vista come un primo coraggioso tentativo di avvicinamento alle questioni proposte e uno stimolo ad una vasta discussione da parte degli intellettuali, a cui l’autore, sulle orme del pensiero di Hayek, affida il ruolo decisivo di selezione e diffusione delle idee che troveranno poi effettiva applicazione. Di seguito vengono indicati i punti che a mio parere dovrebbero essere oggetto di un più ampio dibattito. Lo stesso autore avverte che il sistema economico proposto rappresenta un passo avanti rispetto al capitalismo, ma è lontano dall’avere le caratteristiche di un mondo perfetto. Come è stato mostrato da Vanek (1970) e Meade (1974), le cooperative possono dare luogo a monopoli o ad altre forme di potere di mercato, al pari delle imprese tradizionali. Si potrebbero quindi avere casi di cooperative ricche e potenti, in grado di assicurare ai soci redditi molto alti, contrapposti a situazioni con redditi ai limiti della sussistenza. Verrebbero di conseguenza a replicarsi condizioni non dissimili da quelle che si riscontrano nelle economie capitalistiche e andrebbe quindi mantenuto e forse rafforzato il ruolo redistributivo dello Stato.

Punti di particolare delicatezza riguardano la fase di transizione verso un sistema economico costituito solo o in modo prevalente da cooperative. L’autore avverte di essere a favore di un passaggio graduale, e due delle tre “vie” indicate (ragionevoli agevolazioni dello Stato a favore delle cooperative e trasformazione in cooperative delle imprese capitalistiche in crisi) sono perfettamente coerenti con la progressività della transizione. Ma come interpretare la terza “via” che pure egli prospetta, quella di una decisione parlamentare che trasformi le azioni in obbligazioni e abolisca il lavoro salariato? In realtà essa può ancora essere in linea con la gradualità della trasformazione, se rappresenta la ratifica finale di un processo evolutivo che abbia raccolto un vastissimo consenso e sia suffragata da una situazione di fatto in cui le indicazioni del mercato siano univoche. Ciò può avvenire a seguito di una fase che porti ad una notevole riduzione delle disuguaglianze dei redditi e della ricchezza, dovuta non solo a politiche ad hoc da parte dello Stato, ma anche ad una crescita dell’importanza relativa del lavoro. Quest’ultimo fenomeno richiede che si verifichino cambiamenti strutturali dell’economia tali da provocare una crescita del contenuto di conoscenza del lavoro che non sia incorporabile nel capitale (o lo sia solo in misura limitata). Sarebbe quindi il riequilibrio dei rapporti di potere tra lavoro e capitale a rendere possibile la significativa espansione delle imprese gestite dai lavoratori auspicata da Jossa.

BIBLIOGRAFIA

JOSSA B. (2010), “Sulla transizione dal capitalismo all’autogestione”, Moneta e Credito, vol. 63 n. 250, pp. 119-155.

MEADE J.E. (1974), “Labor-managed firms in conditions of imperfect competition”, The Economic Journal, vol. 84 n. 336, pp. 817-824.

—— —— (1989), Agathotopia. The economics of partnership, Aberdeen University Press, Aberdeen; trad. it.: Agathotopia. L’economia della partnership, Feltrinelli, Milano, 1989.

ROEMER. J.E. (1994), A future for socialism, Harvard University Press, Cambridge (MA).

SCHWEICKART D. (2002), After capitalism, Rowmarr & Littlefield, Lanham (MD).

VANEK J. (1970), The general theory of labour-managed market economies, Cornell University Press, Ithaca (NY).

Autore: Gaetano Cuomo (Università di Napoli “Federico II”) e-mail: gaetano.cuomo@unina.it

Fonte: Moneta e Credito, vol. 64 n. 254 (2011), 177-180 index.php/MonetaeCredito/article/view/344/185

© Associazione Paolo Sylos Labini

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martedì, maggio 03, 2011

Le aporie del neoliberismo: manca una teoria del potere (e delle istituzioni)

Milton Friedman in una copertina di Time

Il primato della politica, non dell’economia

di Paolo Bonetti (Critica liberale, aprile 2011)

La prima edizione americana del libro di Milton Friedman, Capitalismo e libertà, è del 1962, in piena età kennediana: nell’introduzione (si veda la traduzione italiana, pubblicata l’anno scorso, con prefazione di Antonio Martino, da IBLLibri) l’autore contesta subito un passo del discorso d’insediamento di Kennedy alla Casa Bianca, quello in cui il neopresidente afferma: «Non chiedetevi cosa il vostro paese possa fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il vostro paese». Per l’economista, «nessuna delle due proposizioni dell’alternativa offerta da Kennedy descrive un rapporto fra il cittadino che sia degno degli ideali di uomini liberi che vivono in una società libera». La prima ha un sapore paternalista che «lascia intendere che il governo è il tutore e il cittadino il discepolo»; la seconda è, addirittura, una formula organicista che vede il governo come «un signore o una divinità», mentre il cittadino regredisce al ruolo di servo o di fedele. Per il liberale/liberista Friedman, il paese è soltanto «l’insieme degli individui che lo compongono, e non un’entità che li trascende». In quanto al governo, esso non è che uno strumento per mezzo del quale i cittadini possono esercitare la loro libertà di perseguire scopi del tutto privati, le cui provvisorie e casuali convergenze debbono essere unicamente determinate dal libero gioco del mercato: si deve limitare, quindi, a tutelare le nostre libertà dai pericoli esterni e da quelli interni. Una concezione, questa dello studioso di Chicago, di rigido individualismo liberale, un po’ attenuata dal richiamo a un «comune retaggio» e a «comuni tradizioni».

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